Ecco come si può, in poco più di 2.000 parole,
massacrare con puntualità e dovizia di particolari un best seller pluri-osannato come “1984”
di George Orwell.
L’articolista è Roderigo
di Castiglia, alias Palmiro
Togliatti.
Vale la pena leggerlo tutto. Troverete tesi interessanti, aldilà
di come la pensiate, sul concetto di futuro,
relativismo, realismo e ideologia borghese secondo un comunista.
Sì: se volete, potete commuovervi.

Hanno perduto la
speranza
Con la pubblicazione di questo racconto dell’inglese
George Orwell, che si intitola «1984», la cultura borghese, capitalistica e
anticomunistica, dei nostri giorni, ha aggiunto al proprio arco sgangherato
un’altra freccia: un romanzo d’avvenire. Il romanzo d’avvenire! Il semplice
richiamo a questo genere letterario è pieno di fascino per chissà quanta e
quale parte esso ha avuto nella marcia degli uomini verso una migliore
comprensione del loro destino, verso una più grande padronanza di sé stessi,
delle proprie forze e di quelle della natura. Si chiude il mondo antico con la
immagine della Repubblica ideale, evocata dalle menti più elette; si apre il
mondo moderno con le Città del Sole, con le Utopie, con le Atlantidi, con le
Oceane, con le Città felici, con le Repubbliche immaginarie, costruite dai più
audaci tra i sognatori, dai più conseguenti tra i ragionatori. Il Settecento
riprende il motivo, lo giustifica in sede di filosofia, lo estende, deduce
secondo ragione un ideale regno della natura, introduce e fa muovere sulla
scena del tempo personaggi nuovi: il cittadino di un mondo sconosciuto che,
seguendo principi di natura e di ragione, critica, schernisce, distrugge le
incongruenze della realtà e della storia; il selvaggio buono, che ha nella
mente e nel cuore uno specchio di razionalità. La gente saggia, ch’è venuta
poi, dice ch’erano tutte ingenuità e fantasie non giustificate. È in gran parte
vero; ma sotto quelle ingenuità e quelle fantasie si avvertono due cose grandi,
che sono state molle potenti del progresso umano: da un lato l’audacia di un
pensiero che scopre le flagranti ingiustizie della società esistente e lo
slancio di un sentimento che ad esse non si acqueta; dall’altro lato la fiducia
spesso senza limiti nella ragione umana, e la certezza, quindi, che le
ingiustizie presenti saranno riparate e corrette, e un mondo migliore sarà
costruito, dagli uomini stessi, e potrà esistere, e in esso vi sarà benessere,
felicità, gioia, per il maggior numero possibile di umani.
Altra cosa è il romanzo d’avvenire della borghesia dei
nostri giorni, capitalistica e anticomunista, convinta oramai, in sostanza, che
la propria fine è possibile e vicina, e decisa, perciò, alle ultime difese. Che
alcuni dei suoi uomini, o degli uomini di cultura che si conformano al costume
della casta dirigente e la servono, - letterati, artisti, filosofi, - possano
avvertire le flagranti ingiustizie del mondo contemporaneo e metterle in luce,
parlare dei ricchi e dei poveri, dire che quelli son tracotanti e questi son
disperati, che i quartieri operai d’una grande città sono un inferno e che è
una dannazione la esistenza dei lavoratori nelle grandi fabbriche, nelle
colonie, negli ergastoli dove si creano ricchezze e fasto per una casta di
privilegiati, - sì, questo potrebbe ancora, entro certi limiti, venir
tollerato. Sia ben chiaro, però, che se si insiste troppo questa non è più
arte, è attività politica, è lavoro dell’«agit-prop». La realtà bisogna che
l’artista la sappia trasfigurare, perbacco; infonderle un soffio di «eticità»;
vederla nella coscienza del singolo, dove si possono far diventare grigi tutti
i gatti, e l’atto di chi si mette il pigiama per andare al cesso può
sprigionare, attraverso il crogiuolo delle parole, altrettanta emozione dello
spirito quanto il fatto del bambino che è morto di fame perché il padre e la
madre non hanno lavoro. Se vi tenta la descrizione dei fatti, ebbene,
descrivete; ma non vi tenti Victor Hugo o Emilio Zola, non date giudizi, non li
suggerite. La società non è il vostro tema. Se mai il male sociale vi colpisca
e vi soffochi, evadete, evadete: quante cose non si possono scoprire al di
sopra della realtà! E non vi seduca nessuna indagine da cui possa scaturire il
richiamo a un’azione liberatrice, soprattutto! Non evocate il demonio che è
all’agguato! Le radici del male stanno in ciascuno di noi, perché siamo tutti
egualmente peccatori, e se anche non abbiamo proprio colpa per aver
individualmente peccato, c’è il peccato originale, che spiega tutto, che dà
egual senso metafisico all’azione di chi nega la mercede e a quella di chi deve
lottare per ottenerla. Come si può prevedere, giunti a questo punto, o
costruire, o sognare un avvenire diverso, una diversa società, la fine per il
genere umano delle ingiustizie, delle sofferenze inutili, delle miserie, della
guerra, di tutte le altre cose mostruose del giorno d’oggi? Non soltanto questo
non si può fare, ma occorre fornire la dimostrazione precisa, scientifica
vorremmo dire, che qualsiasi sforzo generale e vasto si compia dall’umanità, o
dalla parte più avanzata e cosciente degli uomini, per uscire dalle
contraddizioni e dalle angosce del presente, gettar le fondamenta di una
società nuova e ben ordinata, e costruire questa società, non può condurre ad
altro che a un disastro, alla umiliazione della ragione umana, al suo
annientamento e all’annientamento di tutto ciò che per gli uomini ha sempre
avuto e sempre avrà un valore: la libertà, la dignità personale, la passione
per il vero, per il bello, per il giusto.
Così siamo giunti a George Orwell e al suo scritto. Siamo
giunti cioè ancora una volta al romanzo di avvenire, ma a un romanzo di
avvenire che è precisamente l’opposto di quelli che furono pensati e scritti
nei secoli trascorsi, nell’antichità, nel Rinascimento, ai tempi
dell’illuminismo, del primo socialismo. Quelli erano la parola - o il sogno, se
volete - di un mondo in cui regnava, o rinasceva, dopo secoli di oscurità, la
fiducia nell’uomo, la fede nella ragione umana. Erano espressione fantastica di
una grande e giustificata speranza. Questo è la parola di chi ha perduto
qualsiasi speranza, di chi è intento a spegnerla là dove ne sia rimasta traccia
alcuna. È il punto di arrivo della sfiducia nella ragione degli uomini e nelle
sorti stesse del genere umano.
A dire il vero, qui saltano fuori anche i difetti del
libro dell’Orwell. Egli presenta, sì, il quadro di un futuro catastrofico per
l’umanità, ma quando cerca di dare una giustificazione della catastrofe, - e
una giustificazione deve darla, altrimenti non si capisce come gli uomini siano
potuti arrivare al punto ch’egli descrive, - rivela una totale assenza di
fantasia, si riduce a ripetere i più banali argomenti della più vecchia delle
polemiche contro il socialismo. La tesi è che non è possibile creare e
mantenere la uguaglianza, perché, fatti i primi passi in questa direzione, si
ricostituisce un gruppo dirigente e questo, non volendo abbandonare il potere,
mantiene la grande massa degli uomini lontana dalla ricchezza. Se non facesse
così, i suoi privilegi, - asserisce l’Orwell, - andrebbero perduti. Il potere,
poi, per essere mantenuto, richiede la organizzazione gerarchica di un ceto
dirigente, ed in questa organizzazione gerarchica quegli uomini che ne fanno
parte perdono ogni personalità, libertà, dignità, sono sottomessi alla volontà
tirannica di un capo o di un gruppo di capi supremi, che li riducono a essere
semplici strumenti passivi e inconsapevoli di qualsiasi abiezione. Al di sotto
della gerarchia dirigente, la grande maggioranza degli uomini vive
nell’abbrutimento e nella miseria, e per impedire che i beni ch’essa produce in
grande quantità servano a elevarne le condizioni, gli stessi beni sono
sistematicamente distrutti in una guerra ininterrotta, nella quale si
affrontano i tre grandi Stati in cui è divisa la terra, senza che alcuno di
essi mai vinca, però, e senza che le gerarchie dirigenti nemmeno desiderino la
vittoria, poiché questa potrebbe porre fine al loro potere.
(continua...)
Articolo pubblicato da «Rinascita», a. VI, nn.
11-12, Novembre-Dicembre 1950.