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“Psicologia delle Folle”


     di Gustav Le Bon
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il mondo di Tiziana


 
 




 




  
  
 
   
 



 


 



"Ho visto tutti 'sti balordi, queste zecche del cazzo"
"...Speriamo che muoiano tutti..."

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sentimenti
2 ottobre 2009
Dio se eravamo belle


Voghera - Massima Sicurezza – 1983

 

Le divise informi di stoffa ruvida con stampigliato sulla schiena "Trani - 1944" (ma eravamo belle lo stesso, bastardi, Dio se eravamo belle).

E quando mettevano brutta musica a tutto volume sparata dagli altoparlanti in tutti i corridoi per impedirci di comunicare tra noi, noi cantavamo più forte, fino a gonfiare le vene del collo.

E quando, al momento dell'arrivo, ci mettevano nude in fila e ci facevano fare sei flessioni e poi ci cacciavano a forza sotto le docce calde, per vedere se la vagina, rilassata dal calore, lasciava cadere esplosivi, messaggi cifrati, documenti politici, lettere d'amore clandestine, cacciavamo le lacrime in gola e cercavamo i nostri sguardi più sprezzanti e, perfino, qualche scintillio di ironia.

E quando, rivestite delle divise naziste, e calze color militare che scendevano al polpaccio ad ogni passo e scarpe di cartone, incalzate dal fiato sul collo dello sbirro che dava il ritmo dell'apertura dell'infinita teoria dei cancelli blindati ripetendo "muoviti puttana".

Sì, anche allora eravamo belle, bastardi, Dio se eravamo belle.

 

Susanna Ronconi



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diritti
17 settembre 2009
CI VOLETE SOTTO I PONTI, CI VEDRETE NELLE STRADE...



All'alba di lunedì 14 settembre con un grande spiegamento di forze i carabinieri hanno assediato la casa occupata 8 marzo alla Magliana e, dopo aver sfondato  le porte e perquisito gli alloggi, hanno identificato tutti gli occupanti e arrestato cinque attivisti/e.

Questi arresti sono un ulteriore passo della campagna diffamatoria e criminalizzatrice condotta dal sindaco Alemanno e la sua giunta, fiancheggiato da costruttori, giornalisti, magistratura e guardie contro il movimento di lotta per la casa a Roma.

Il sindaco ed i poteri forti della città non volendo affrontare la grave emergenza abitativa a Roma pensano di soffocare e ammutolire i bisogni e le lotte con la demonizzazione, gli sgomberi ed il carcere.


No agli sgomberi. Casa agli Occupanti.


Solidarietà ai compagni e alle compagne arrestati e agli/alle occupanti/e sgomberati in questi giorni a Roma.


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CULTURA
24 agosto 2009
Acqua in Bocca


La retorica e il suo utilizzo nella nostra epoca vivono un periodo del tutto particolare. Alcune congiunture artistiche e sociali hanno rivoluzionato il campo in cui questa può dirsi a ragione retorica e quando no. La società di massa ha sfruttato tutto lo sfruttabile in materia in maniera velocissima, o quantomeno mai così veloce come negli ultimi cento anni. In questo quadro il linguaggio non si è evoluto con la stessa velocità con cui si è evoluto il suo utilizzo; la retorica si è quindi ingabbiata in forme sempre più nette ma soprattutto sempre più vaste. Oggigiorno non cadere nella retorica è un problema assai più diffuso di un tempo, sia da un punto di vista semantico che da un punto di vista probabilistico.

In tutto ciò ci sono i cattivi maestri, che poco sanno ma tutto dicono. Cattivi maestri che dall’alto della loro conoscenza sentenziano sulla retorica anche quando farebbero meglio a star zitti. Invocano il silenzio, molto spesso, perché una determinata osservazione di un preciso argomento significherebbe automaticamente scadere nella retorica.  Automaticamente. Quindi, meglio il silenzio. Dicono ciò manipolando e strumentalizzando molte cose, non ultimo il pulpito da dove proviene la loro predica. Ci vorrebbero ridurre al silenzio, questi saltimbanco. Beh, che si fottano.

 

Il tutto per dire che qualche giorno fa ero in un centro commerciale, seduto su una panchina a rinfrescarmi con una granita. Il mio sguardo dava esattamente sull’entrata di un negozio. Da lì, tempo pochi secondi, sono usciti una coppia anziana di circa sessant’anni. Lui precedeva sua moglie di un passo e quindi non poteva vederla in faccia. Lei, appena dietro il marito, ha fatto alcuni gesti, tutti contemporaneamente: ha guardato suo marito come alla ricerca di una direzione da prendere mentre allungava la sua mano per afferrare quella di lui. Ma era anche uno sguardo di fiducia, come a significare che qualsiasi cosa il marito stava per fare lei l’avrebbe seguito, tanto era il cieco affidamento che lei riponeva in lui. Contemporaneamente era anche un gesto d’amore, di una donna che segue senza mai staccargli gli occhi di dosso la persona più importante della sua vita. Il tragitto che gli occhi della donna compivano stavano a disegnare idealmente una corda che univa i due, una corda che – con tutta probabilità – hanno afferrato insieme quasi quarant’anni fa. Gli occhi, il naso, la bocca di una donna, in armonia con il suo cuore, hanno descritto in una frazione di secondo tutte queste cose. Contemporaneamente. E a me per giunta, all’oscuro del loro sentimento! Beh, sono stavo felice per loro; febbrilmente. Ho pensato per quell’istante che a quella coppia, almeno in quel momento, non mancava niente. Ed è stato meraviglioso.


A volte ci si pongono di fronte esperienze così meravigliose che non dirle, non esternarle, pur cadendo nella retorica, sarebbe un’offesa alla bellezza della vita, alla bellezza dell’istante che ha generato in noi sussulti così accesi. Sarebbe un insulto a tutti noi, insomma.


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CULTURA
18 agosto 2009
Dio nelle piccole cose

Walter Benjamin diceva che dio si annida nelle piccole cose. Ovvero, laicizzando l’affermazione, che le piccole cose sono paradigmatiche del mondo che ci circonda o, detto meglio, che è dalle piccole cose che si riesce a capire il mondo. Tutto il mondo, non una parte. Proprio tutto. Questa è una sacrosanta verità, c’è poco da fare.

Ebbene… ieri sera ho letto un annuncio per un appartamento su un cancello per le vie di Roma, che è praticamente uguale a quello che segue, o quantomeno gli è uguale nella parte che mi interessa:



 

L’annuncio che ho letto per strada, similmente a quello che vedete qui ma che ho trovato in rete, pone un accento fondamentale sull’"essere tranquillo" di una persona. Sono una ragazza tranquilla. E cerco, per condividere un appartamento, altre ragazze tranquille. Altrimenti non se ne fa nulla.

Ora: cosa vuol dire essere tranquilli? Cosa fa di una persona, una persona tranquilla? Forse una persona noiosa? No, chi cercherebbe espressamente una persona noiosa per condividere un appartamento! Una persona che parla poco? No, non credo neppure questo. Forse una persona che, appena si eccita un pochino, corre a prendersi dei tranquillanti; che non si dica in giro di lei che è una ragazza esagitata, frenetica… Forse.

 

O forse una ragazza remissiva, che chiacchiera poco, si fa gli affari suoi, non scoccia, non si arrabbia neppure se gli fai un torto, che non ti risponde mai male anche quando ha ragione, che non si ubriaca mai, che non reagisce neppure se in palese difficoltà, che non fa domande, che obbedisce ciecamente ma ama il controllo. Quasi un mostro, insomma.

 

Ecco, tornando a Benjamin: credo che annunci come questo stiano a significare a tutti noi che il nazismo ha vinto. Non in termini fattuali (è stato sconfitto, lo sanno anche i sassi), ma in termini assoluti. È permeato il suo messaggio più profondo nel tessuto della nostra società e ci ha cambiati, se una ragazza per ottenere una stanza in affitto deve vantarsi di essere tranquilla, quasi un mostro. Ci ha cambiati tutti, cazzo.



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letteratura
7 agosto 2009
Cartoline dall'Italia - 1984 /2

(continua da qui)

Palmiro Togliatti recensisce 1984 di George Orwell.




Il tutto, come si vede, è primitivo, infantile, logicamente non giustificato, oppure giustificato soltanto dal richiamo, come dicevamo, a una di quelle «massime eterne» con le quali gesuiti e liberisti credono di avere risposto efficacemente a chi rivendica maggiore giustizia sociale (che la diseguaglianza non si sopprime; che i potenti e i servitori dei potenti e i poveretti ci son sempre stati e ci saranno sempre; che lo sforzo per dominare il mondo economico e dirigerlo si conclude con la fine della libertà). Questo è il primo motivo del relativo successo del libro, che una rivista di sedicenti liberali [174 «Il Mondo», ndr] ha pubblicato in appendice, che raccomandano i preti e Benedetto Croce (il quale, però, forse non l’ha letto tutto con attenzione, come vedremo). L’altro motivo è che l’autore, quando deve descrivere lo stato di catastrofica abiezione cui è ridotta la umanità per il tentativo fatto dagli uomini di creare un mondo ove regnino l’eguaglianza e la giustizia, accanto ad alcune note che chiameremo di varietà, accumula con la maggior diligenza tutte le più sceme fra le calunnie che la corrente propaganda anticomunista scaglia contro i paesi socialisti. Nota di varietà, per esempio, è il divieto ch’è fatto ai membri di sesso diverso della gerarchia dirigente di amarsi e congiungersi con amore. La giustificazione anche qui manca, ma la cosa serve a introdurre alcune scene erotiche e qualche parolaccia, secondo la formula corrente dei libri che si vendono. Per il resto, la gerarchia dirigente si chiama «partito»; vi sono anzi due «partiti», uno che dirige l’altro; nel «partito» vi sono continue epurazioni, persecuzioni, soppressioni; si sopprimono, anzi, tutti coloro che han contribuito a far la rivoluzione e se ne ricordano, e regna il terrore davanti ai dirigenti, potenti ma sconosciuti. Nel «partito» si insegna a commettere, per il «partito», le azioni più stolte, a mentire, a negare la evidenza dei fatti, ad affermare che due più due fanno cinque e non quattro, e così via, fino a che dell’uomo intelligente non resta più nulla. Il capo del «partito», infine, ha i baffi neri, e il suo nemico mortale la barbetta a punta. C’è tutto, come si vede; ci sono principalmente tutte le bassezze e le volgarità che l’anticomunismo vorrebbe far entrare nella convinzione degli uomini. Mancano solo, ci pare, i campi di concentramento, perché per sventura sua l’autore è scomparso prima che questa campagna venisse lanciata. Altrimenti ci sarebbe, senza dubbio, un capitolo in più.

 

Ma il potere della casta che governa questo mondo mostruoso su che cosa si regge, in sostanza? Perché ubbidisce al gruppo più elevato la gerarchia intermedia; che cosa tiene assieme questo «partito» di sciagurati e di cretini; quale forza o quale metodo consente a chi sta in alto di ridurre chi sta in basso alla condizione che abbiamo veduto? Confessiamo che arrivati a questo punto aspettavamo qualcosa di notevole, di impressionante, perché solo qualcosa di simile, cioè un assieme di mezzi misteriosi e potenti potrebbe spiegare il risultato catastrofico che l’autore ci vuol presentare. Ahimè! a questo punto si scopre invece proprio soltanto l’autore, nella meschinità e abiezione che a lui stesso sono proprie. Eccolo, l’autore, secondo le indicazioni biografiche fornite non da noi, ma dall’editore stesso, non sappiamo se a titolo di raccomandazione: - la sua carriera si apre nella polizia imperiale inglese della Birmania, di cui è funzionario per sette anni; poi lo si incontra in altre colonie e in qualche centro di vita internazionale; scoppia la guerra di Spagna, ed eccolo in Catalogna, il funzionario della polizia inglese e, naturalmente, tra le file degli anarchici. Quali mezzi misteriosi e potenti per estendere il proprio dominio sugli uomini poteva inventare un simile tipo? E non ha inventato nulla, difatti. Il mezzo ch’egli conosce è uno solo, quello che si adopera contro gl’indigeni in Birmania e altrove, le botte, il calcio negli stinchi, la mazzata nel gomito, la tortura con la corrente elettrica, e poi lo spionaggio, s’intende, ch’è sempre il cavallo di battaglia. E così il racconto chiude con cento pagine di percosse e la minaccia di un supplizio coi topi, copiato, se non erriamo, da Octave Mirbeau, e con stupore ti accorgi che su niente altro che sulle percosse dovrebbe reggere la costruzione intera.

 

Doveva aver davvero una grande esperienza di bastonature e torture, questo poliziotto coloniale, per giungere a porre la fiducia nelle torture e nelle bastonature più in alto che la fiducia nella ragione umana. Questa è la sola parola che seriamente e alla fine esce dal suo libro. Bisogna picchiare gli uomini, per espellere dal cuore e dalla mente loro la passione per la libertà, la giustizia, l’eguaglianza; la passione per la generosa utopia. Picchiateli, torturateli, riduceteli un mucchio d’ossa e di carni sanguinolente; allora sarete sicuri di mantenere su di essi all’infinito il vostro potere. Allora non avrete più da temere nulla per la tranquillità della casta dirigente. Non è l’ultima saggezza, questa, della classe che con la bandiera dell’anticomunismo pretende il dominio sul mondo intero e crede davvero, con le botte, di fermare il corso della storia?

 

Ma le botte servono davvero a troppe cose, nel libro di George Orwell. Vedete che cosa succede a pag. 263. Siamo a un momento culminante della tortura. La vittima è già sfinita, impotente. Ma le botte fioccano ancora e s’accresce il tormento; il poliziotto torturatore ha infatti altre pretese. È una convinzione filosofica, quella ch’egli esige. “Tu credi - dice - che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, che esiste per proprio conto?”. Pazzia! Bisogna credere che la realtà non è esterna, che esiste solo nella mente degli uomini… Potenza delle percosse! Persino l’idealismo filosofico viene accettato, dalla povera vittima, senza convinzione, s’intende, ma per farla finita. Avrà letto anche questa pagina, benedetto Croce, prima di lanciare il libro così come ha fatto?

 

Speriamo, ad ogni modo, che almeno per l’idealismo filosofico si voglia fare eccezione, onde noi possiamo continuare, senza correre il rischio del terzo grado, ad aver fiducia nella ragione umana, ad essere e dirci materialisti, a coltivare le nostre speranze.

 

Articolo pubblicato da «Rinascita», a. VI, nn. 11-12, Novembre-Dicembre 1950.

letteratura
2 agosto 2009
Cartoline dall'Italia - 1984 /1

Ecco come si può, in poco più di 2.000 parole, massacrare con puntualità e dovizia di particolari un best seller pluri-osannato come “1984 di George Orwell.

L’articolista è Roderigo di Castiglia, alias Palmiro Togliatti.

Vale la pena leggerlo tutto. Troverete tesi interessanti, aldilà di come la pensiate, sul concetto di futuro, relativismo, realismo e ideologia borghese secondo un comunista.

 

Sì: se volete, potete commuovervi.




Hanno perduto la speranza

 

Con la pubblicazione di questo racconto dell’inglese George Orwell, che si intitola «1984», la cultura borghese, capitalistica e anticomunistica, dei nostri giorni, ha aggiunto al proprio arco sgangherato un’altra freccia: un romanzo d’avvenire. Il romanzo d’avvenire! Il semplice richiamo a questo genere letterario è pieno di fascino per chissà quanta e quale parte esso ha avuto nella marcia degli uomini verso una migliore comprensione del loro destino, verso una più grande padronanza di sé stessi, delle proprie forze e di quelle della natura. Si chiude il mondo antico con la immagine della Repubblica ideale, evocata dalle menti più elette; si apre il mondo moderno con le Città del Sole, con le Utopie, con le Atlantidi, con le Oceane, con le Città felici, con le Repubbliche immaginarie, costruite dai più audaci tra i sognatori, dai più conseguenti tra i ragionatori. Il Settecento riprende il motivo, lo giustifica in sede di filosofia, lo estende, deduce secondo ragione un ideale regno della natura, introduce e fa muovere sulla scena del tempo personaggi nuovi: il cittadino di un mondo sconosciuto che, seguendo principi di natura e di ragione, critica, schernisce, distrugge le incongruenze della realtà e della storia; il selvaggio buono, che ha nella mente e nel cuore uno specchio di razionalità. La gente saggia, ch’è venuta poi, dice ch’erano tutte ingenuità e fantasie non giustificate. È in gran parte vero; ma sotto quelle ingenuità e quelle fantasie si avvertono due cose grandi, che sono state molle potenti del progresso umano: da un lato l’audacia di un pensiero che scopre le flagranti ingiustizie della società esistente e lo slancio di un sentimento che ad esse non si acqueta; dall’altro lato la fiducia spesso senza limiti nella ragione umana, e la certezza, quindi, che le ingiustizie presenti saranno riparate e corrette, e un mondo migliore sarà costruito, dagli uomini stessi, e potrà esistere, e in esso vi sarà benessere, felicità, gioia, per il maggior numero possibile di umani.

 

Altra cosa è il romanzo d’avvenire della borghesia dei nostri giorni, capitalistica e anticomunista, convinta oramai, in sostanza, che la propria fine è possibile e vicina, e decisa, perciò, alle ultime difese. Che alcuni dei suoi uomini, o degli uomini di cultura che si conformano al costume della casta dirigente e la servono, - letterati, artisti, filosofi, - possano avvertire le flagranti ingiustizie del mondo contemporaneo e metterle in luce, parlare dei ricchi e dei poveri, dire che quelli son tracotanti e questi son disperati, che i quartieri operai d’una grande città sono un inferno e che è una dannazione la esistenza dei lavoratori nelle grandi fabbriche, nelle colonie, negli ergastoli dove si creano ricchezze e fasto per una casta di privilegiati, - sì, questo potrebbe ancora, entro certi limiti, venir tollerato. Sia ben chiaro, però, che se si insiste troppo questa non è più arte, è attività politica, è lavoro dell’«agit-prop». La realtà bisogna che l’artista la sappia trasfigurare, perbacco; infonderle un soffio di «eticità»; vederla nella coscienza del singolo, dove si possono far diventare grigi tutti i gatti, e l’atto di chi si mette il pigiama per andare al cesso può sprigionare, attraverso il crogiuolo delle parole, altrettanta emozione dello spirito quanto il fatto del bambino che è morto di fame perché il padre e la madre non hanno lavoro. Se vi tenta la descrizione dei fatti, ebbene, descrivete; ma non vi tenti Victor Hugo o Emilio Zola, non date giudizi, non li suggerite. La società non è il vostro tema. Se mai il male sociale vi colpisca e vi soffochi, evadete, evadete: quante cose non si possono scoprire al di sopra della realtà! E non vi seduca nessuna indagine da cui possa scaturire il richiamo a un’azione liberatrice, soprattutto! Non evocate il demonio che è all’agguato! Le radici del male stanno in ciascuno di noi, perché siamo tutti egualmente peccatori, e se anche non abbiamo proprio colpa per aver individualmente peccato, c’è il peccato originale, che spiega tutto, che dà egual senso metafisico all’azione di chi nega la mercede e a quella di chi deve lottare per ottenerla. Come si può prevedere, giunti a questo punto, o costruire, o sognare un avvenire diverso, una diversa società, la fine per il genere umano delle ingiustizie, delle sofferenze inutili, delle miserie, della guerra, di tutte le altre cose mostruose del giorno d’oggi? Non soltanto questo non si può fare, ma occorre fornire la dimostrazione precisa, scientifica vorremmo dire, che qualsiasi sforzo generale e vasto si compia dall’umanità, o dalla parte più avanzata e cosciente degli uomini, per uscire dalle contraddizioni e dalle angosce del presente, gettar le fondamenta di una società nuova e ben ordinata, e costruire questa società, non può condurre ad altro che a un disastro, alla umiliazione della ragione umana, al suo annientamento e all’annientamento di tutto ciò che per gli uomini ha sempre avuto e sempre avrà un valore: la libertà, la dignità personale, la passione per il vero, per il bello, per il giusto.

Così siamo giunti a George Orwell e al suo scritto. Siamo giunti cioè ancora una volta al romanzo di avvenire, ma a un romanzo di avvenire che è precisamente l’opposto di quelli che furono pensati e scritti nei secoli trascorsi, nell’antichità, nel Rinascimento, ai tempi dell’illuminismo, del primo socialismo. Quelli erano la parola - o il sogno, se volete - di un mondo in cui regnava, o rinasceva, dopo secoli di oscurità, la fiducia nell’uomo, la fede nella ragione umana. Erano espressione fantastica di una grande e giustificata speranza. Questo è la parola di chi ha perduto qualsiasi speranza, di chi è intento a spegnerla là dove ne sia rimasta traccia alcuna. È il punto di arrivo della sfiducia nella ragione degli uomini e nelle sorti stesse del genere umano.

 

A dire il vero, qui saltano fuori anche i difetti del libro dell’Orwell. Egli presenta, sì, il quadro di un futuro catastrofico per l’umanità, ma quando cerca di dare una giustificazione della catastrofe, - e una giustificazione deve darla, altrimenti non si capisce come gli uomini siano potuti arrivare al punto ch’egli descrive, - rivela una totale assenza di fantasia, si riduce a ripetere i più banali argomenti della più vecchia delle polemiche contro il socialismo. La tesi è che non è possibile creare e mantenere la uguaglianza, perché, fatti i primi passi in questa direzione, si ricostituisce un gruppo dirigente e questo, non volendo abbandonare il potere, mantiene la grande massa degli uomini lontana dalla ricchezza. Se non facesse così, i suoi privilegi, - asserisce l’Orwell, - andrebbero perduti. Il potere, poi, per essere mantenuto, richiede la organizzazione gerarchica di un ceto dirigente, ed in questa organizzazione gerarchica quegli uomini che ne fanno parte perdono ogni personalità, libertà, dignità, sono sottomessi alla volontà tirannica di un capo o di un gruppo di capi supremi, che li riducono a essere semplici strumenti passivi e inconsapevoli di qualsiasi abiezione. Al di sotto della gerarchia dirigente, la grande maggioranza degli uomini vive nell’abbrutimento e nella miseria, e per impedire che i beni ch’essa produce in grande quantità servano a elevarne le condizioni, gli stessi beni sono sistematicamente distrutti in una guerra ininterrotta, nella quale si affrontano i tre grandi Stati in cui è divisa la terra, senza che alcuno di essi mai vinca, però, e senza che le gerarchie dirigenti nemmeno desiderino la vittoria, poiché questa potrebbe porre fine al loro potere.


(continua...)


Articolo pubblicato da «Rinascita», a. VI, nn. 11-12, Novembre-Dicembre 1950.

televisione
27 luglio 2009
Fenomenologia di Mike Bongiorno /2


(…continua da qui)

 

Mike Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l'esperto; un professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del ramo. Gli si demanda la questione, per competenza. L'ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio. Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!"). Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: "Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?". Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "Scusi, signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e corrente, spesso dispregiativa: "signor spazzino, signor contadino". Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic). Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate. Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della Televisione). Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neopositivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all'occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui. Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica, immobilistica. Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione. Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa... "Mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di preciso questo futurismo?"). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse. Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "Cosa vuol rappresentare quel quadro?" "Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?" "Com'è che viene in mente di occuparsi di filosofia?". Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene, desidererebbe diventare come l'altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le agudezas appartengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortafo sull'esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita. Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

 

Estratto da Diario minimo, di Umberto Eco


televisione
24 luglio 2009
Fenomenologia di Mike Bongiorno /1


L'uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l'evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose. Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com'è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman. L'ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

La situazione nuova in cui si pone al riguardo la TV è questa: la TV non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l'everyman. La TV presenta come ideale l'uomo assolutamente medio. A teatro Juliette Greco appare sul palcoscenico e subito crea un mito e fonda unculto; Josephine Baker scatena rituali idolatrici e dà il nome a un'epoca. In TV appare a più riprese il volto magico di Juliette Greco, ma il mito non nasce neppure; l'idolo non è costei, ma l'annunciatrice, e tra le annunciatrici la più amata e famosa sarà proprio quella che rappresenta meglio i caratteri medi: bellezza modesta, sex-appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività. Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota boutade, la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno — per l'uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possieda tutte le virtù morali e intellettuali in grado medio, si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibrio nell'esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "prudenza". Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità. Il caso più vistoso di riduzione del superman all'everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comporta-menti, ad una vera e propria "Fenomenologia di Mike Bongiorno", dove, si intende, con questo nome è indicato non l'uomo, ma il personaggio. Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all'ambiente. L'amore isterico tributatogli dalle teenagers va attribuito in parte al complesso materno che egli è capace di risvegliare in una giovinetta, in parte alla prospettiva che egli lascia intravvedere di un amante ideale, sottomesso e fragile, dolce e cortese. Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all'oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l'uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo.


(continua...)


estratto da Diario minimo, di Umberto Eco

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