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27 giugno 2006
Blue - Un film senza immagini

      a cura di Tiziana                                            

“Blue” è un film difficile, che pone le sue radici nella malattia e nella sofferenza, nella morte interiore che precede di poco quella fisica. Derek Jarman, duramente provato dall’AIDS, nel 1993 sceglie di lasciare una traccia indelebile, un ultimo segno incisivo prima di elaborare il distacco da questo mondo, attraverso questo lungometraggio. E sceglie di dar voce al proprio dolore, e di gridare il suo amore per la vita in un’opera cruda e struggente, che in seguito verrà considerata come il suo testamento spirituale. Da sempre considerato un regista indipendente, profondamente legato alla cultura punk e underground, Jarman crea un film come mai prima: un’opera della durata di 79 minuti senza alcun supporto visivo, fuorché uno schermo completamente blu. Un colore denso, di una tinta accesa che si sostituisce alla scenografia, alle immagini e a tutto ciò che lo spettatore è abituato a vedere con gli occhi. Jarman rinuncia a quel sostegno, che ha accompagnato la sua vita di pittore e di regista, per condurci nei meandri del suo male, nella sua dura realtà, dopo che la malattia lo ha reso cieco. La scelta del colore è un omaggio ad un altro artista prematuramente scomparso, Yves Klein, che vide il blu come colore in grado di esprimere con pienezza l’esperienza di una vita. Con “Blue”, Jarman riesce ad attuare un disperato tentativo di trasformare quelle immagini da concrete ad astratte, suggerendole, se non evocandole nella mente dello spettatore, dove ognuno può appropriarsene, abbandonandosi ad un divorante vortice di emozioni. Jarman sceglie di rinunciare alle immagini visive come una forma di accettazione dei limiti della sua malattia. Ha perso lo strumento portante della sua arte, ma non la sua poesia, e in quest’ultimo film racchiude la sua anima, dimostrando che tutto si puo’ esprimere attraverso le parole e l’immaginazione. La devastazione fisica, i farmaci, la vita, l’amore, la morte… Jarman ci conduce nel suo mondo, condividendo il suo vissuto, scegliendo delle melodie e delle voci che trasmettano i suoi pensieri ed il suo stato d’animo, ma negando l’immagine. Per comprendere la sua realtà è necessario lasciarsi andare alle sue parole, accompagnarlo in questo cammino di dolore, accettando la soggettività delle emozioni e dei sentimenti trasmessi dal suo vissuto. Solo la memoria sopravvive alla morte. Il ricordo, che permane scolpito nel tempo, quando la vita viene spezzata. E le voci che gridano la sua sofferenza ma anche il suo attaccamento alla vita, sono quelle dei suoi amici più cari, gli attori di sempre, Niger Terry, John Quentin e Tilda Swinton, mentre la colonna sonora è affidata ad un commovente Simon Fisher Turner. Un inno alla vita, intenso, alacre, senza tempo.

 

 

   




permalink | inviato da il 27/6/2006 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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