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CULTURA
26 marzo 2009
Tanto peggio, tanto meglio.


[...] Supponiamo, per esempio, di essere improvvisamente caduti di nuovo giù sulla terra e di esserci quindi tutti confrontati con il problema di quali disposizioni sociali adottare. E supponiamo allora che qualcuno abbia suggerito: "Siamo tutti destinati a soffrire a causa di quelli tra noi che desiderano aggredire il loro prossimo. Allora risolviamo questo problema del crimine consegnando tutte le nostre armi alla famiglia Jones, là, assegnando tutto il nostro potere definitivo di risolvere le dispute a quella famiglia. In questo modo, con il loro monopolio di coercizione e di ultima risoluzione, la famiglia Jones potrà proteggerci tutti l'uno dall'altro". Penso che questa proposta otterrebbe ben pochi consensi, tranne forse dalla famiglia Jones stessa. Ma questo è precisamente l'usuale argomento per l'esistenza dello stato.


[...] Se, allora, la disuguaglianza naturale di abilità e di interessi fra gli uomini deve rendere le élite inevitabili, l'unico percorso ragionevole è abbandonare la chimera dell'uguaglianza e accettare la necessità universale dei capi e dei seguaci. Il compito del libertario, cioè la persona dedicata all'idea della società libera, non è di opporsi alle élite che, come l'esigenza della libertà, fluiscono direttamente dalla natura dell'uomo. L'obiettivo del libertario è piuttosto stabilire una società libera, una società in cui ogni uomo sia libero di trovare il suo livello migliore. In tale società libera, ognuno sarà "uguale" soltanto nella libertà, mentre sarà vario e diseguale sotto tutti gli altri aspetti. In questa società le élite, come chiunque altro, saranno libere di alzarsi al loro livello migliore. Nella terminologia di Jefferson, scopriremo le "aristocrazie naturali" che raggiungeranno l'eccellenza e la leadership in ogni campo. Il punto è permettere la crescita di “aristocrazie naturali”, e non perseguire le "aristocrazie artificiali"

 

Sull’anarchia di M. Rothbard



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permalink | inviato da ema e tizi il 26/3/2009 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
CULTURA
8 ottobre 2007
De Utopia

Per utopia si intende un progetto apparentemente irrealizzabile basato su dei principi giudicati universalmente giusti”.
L’utopia si manifesta in varie maniere: c’è chi abbraccia l’utopia di un popolo governato dall’autocoscienza di ogni singolo individuo, e c’è chi abbraccia l’utopia di aprirsi un bar su una spiaggia in Brasile, campando dignitosamente palpando culi brasiliani finché non sopraggiungerà la morte. Un’utopia nobile e una meno, chissà poi quale delle due è quella nobile e quale quella meno... Poi c’è quell’utopia, quella più masticata diciamo, che ha la sua ragione d’esistere in base a degli ideali di carattere socio-politico. Queste utopie, anche qui, sono svariate: c’è chi vorrebbe uno Stato (ammesso che questa accezione di uno spazio geografico sia accettata) autogovernato, senza la supervisione di nessun apparato preposto, in cui ognuno fosse libero di agire secondo dei principi auto-imposti e illimitati, purché non ledano la libertà altrui, in cui non esistono apparati burocratici, politici, dove la polizia e la repressione non avrebbero ragion d’esistere in quanto inutili in un territorio dove ognuno agisce nel rispetto del prossimo. In questo Stato tutti guadagnerebbero appena il giusto per vivere, in quanto i soldi servirebbero a ben poco visto che tutti condividono con la collettività i beni che producono. Un luogo in cui “nazione” non vuol dire proprio un bel niente. Questa concezione utopica è detta anarchia. C’è poi una seconda credenza utopica, di quelli che credono in uno Stato governato da politici, i quali non si muovono nel proprio interesse, ma in quello della collettività. Dove tutti sono uguali davanti alla legge, dove il favoritismo non si sa cosa voglia dire, dove c’è disparità di retribuzione ma nel rispetto di una scala ideale di importanza: più fai il bene della comunità più guadagni. In questo Stato utopico esiste la repressione, ma è contro chi sbaglia, e non importa che avvocato hai e quanto lo puoi pagare, tanto la legge è uguale per tutti. In questo Stato, ancora, il lavoratore è sacro, va addirittura temuto e rispettato. Questa nazione è laica, e non si fa carriera, e non la si fa fare, secondo una logica di interessi (di qualsiasi natura essi siano). Questo Stato è detto democratico, perché basato sul principio ideale della democrazia. Ora, ampiamente compreso che nessuno dei due Stati esiste nel nostro mondo, il discorso si sposta necessariamente su un altro piano, ovvero sull’essere più imbecilli. Tutti noi siamo imbecilli, pochissimi illuminati non lo sono; molti in verità pensano di non esserlo, prendendosi il lusso di insegnare o pontificare agli altri e su tutto. Ma, dicevo, chi è quindi più imbecille? E’ forse più imbecille l’anarchico, che crede in un assetto sociale utopico cosciente della sua relativa apparente irrealizzabilità, o il democratico, che crede realizzato il suo ideale di Stato nella nazione in cui vive?

Emanuele


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permalink | inviato da ema e tizi il 8/10/2007 alle 0:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa
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