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SOCIETA'
28 marzo 2008
Dialetti Corsari
Lu si visstu chillu cosu? (cfr. “L’hai vista quella cosa?”)


Treno Velletri-Roma, un posto dove -fosse per me- gli antropologi dovrebbero mettere un banchetto o una scrivania e non schiodarsi di lì per tutti i 35 anni di professione prima della pensione. Un posto pieno di meraviglie alla modica cifra di 1,20 euro a tratta.
Oggi accanto a me sedevano due signore velletrane (ovvero abitanti di Velletri), che con un idioma a me totalmente incomprensibile parlavano di qualche cosa attinente ad un’ottima carne comprata da un ottimo macellaio che aveva delle ottime bestie di sua proprietà. Sono state 30 minuti a parlarne. Imbarazzante. La loro calata invadeva tutta la carrozza, e loro non sembravano vergognarsene. La fonia velletrana è raccapricciante, ve lo posso assicurare. Mentre le sentivo mi è venuto in mente quel passo di Pasolini, dove in un saggio fa notare che il dialetto ha un ruolo fondamentale oggi: anch’esso serve, nel suo piccolo, ad arginare l’omologazione sempre più imperante della nostra società. Ebbene, io sentendo quelle due signore mi sono chiesto se Pasolini, quando scrisse quel passo, l’avesse mai sentito il dialetto velletrano. Sono sicuro di no, perché altrimenti non avrebbe fatto quelle osservazioni, o almeno avrebbe aggiunto qualche postilla o qualche nota bene, osservando delle opportune eccezioni, cacchio. Perché Pasolini, tra le tante cose, era anche un fine esteta, e se avesse sentito la bruttura del dialetto velletrano forse non avrebbe scritto quello che scrisse. Certe cose sono oggettivamente orrende, e qualora scomparissero non potrei che rallegrarmene vivamente, Pasolini o non Pasolini. Perché il dialetto velletrano, cazzo, fa schifo.

Emanuele


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permalink | inviato da ema e tizi il 28/3/2008 alle 7:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
sentimenti
25 marzo 2008
Un dramma generazionale. Assoluto.

Arrivò il fatidico momento, nel pieno dello studio nella biblioteca di Lettere e Filosofia, che mi scappò di fare pipì. Eh sì, proprio la pipì, ma la cosa interessante non è questa, ma quella che dall’impellente bisogno fisiologico ne scaturì, lo giuro. Quindi vado in bagno ed entro nella toilette. Mi chiudo dentro e inizio il rituale che è proprio di questi momenti. Insomma, in quei pochi secondi che separano la preparazione dall’evacuazione ognuno di noi maschietti fa cose delle più disparate. C’è chi fischietta, c’è chi saltella per aiutare lo stimolo, ci sono gli edonisti che si autocelebrano con cori, ole e applausi, c’è chi ci parla… insomma queste robe qui. Tanti dicono addirittura che sia il pensatoio per eccellenza. Beh, io stavo semplicemente facendo vagare il mio sguardo in maniera incontrollata, perso nei miei pensieri troppo alti e scollegati (sic!), quando l’occhio mi cade su una scritta posta sul soffitto della toilette, esattamente sopra il water. La frase è scritta a fuoco con l’accendino, quasi volesse essere ad imperitura memoria, quelle robe importanti lì. Il carattere è di quelli massicci, ben leggibili anche dai miopi come me, il colore è nero su sfondo bianco: ha tutte le caratteristiche proprie di una scritta importante. L’incisione recita: “MA DDE KE!”. Oddio. Rimango di sale. Basito. Mi immagino subito quel tizio che avrà fatto la scritta… Sarà dovuto salire per forza sulla tazza del gabinetto (tranne se non era un cristone alto due metri) con evidenti scomodità e un briciolo di pericolosità, avrà consumato mezzo accendino scrivendo la frase e cercando di non ustionarsi il pollice con la fiamma mentre inalava gli immondi odori che provenivano dalla tazza che in quella posizione era proprio sotto il suo naso, sarà stato dieci minuti in bagno formando la fila fuori dalla porta con successiva figura di merda una volta uscito perché quello entrato al posto suo, sentendo la puzza di plastica bruciata dovuta al graffito sul soffitto, avrà invece pensato che quel tizio aveva mangiato tragicamente pesante la sera prima con conseguente rottura radicale delle amicizie con mezza Facoltà qualora la notizia fosse stata resa pubblica, eccetera eccetera… Un semplice gesto può avere delle conseguenze fuori dalla nostra immaginazione! E per cosa? Per scrivere cosa? “MA DDE KE!”?? Un tempo avrebbero capeggiato ovunque scritte mastodontiche come La lotta continua, PS fai fagotto P38, Compagni in piazza fascisti a letto, Champagne molotov… Insomma robe serie, per cui valeva la pena correre un calcolato rischio cacchio! E invece oggi, l’impellente necessità che tutti sembriamo avere di dire qualcosa, cela dietro a volte il vuoto, il nulla. “Voglio scrivere, esprimermi, e quando ci riuscirò scriverò un maestoso “MA DDE KE!” nei cessi della mia Facoltà; questo voglio!”. Ne sono certo: sono davanti all’oggettivazione di un dramma generazionale assoluto. Colpa del capitalismo e della sua superficialità, mi dico. Finisco quello che dovevo finire e torno sui miei libri, ma molto più triste di prima.

Emanuele


diari di viaggio
4 febbraio 2008
Roma Termini (o del filo ideale tra Gramsci e Gigi D'Alessio)

Giornataccia. Dopo i bagordi e gli orari sregolati degli ultimi giorni, stamattina al suono della sveglia puntata alle 7.15 avevo la faccia che era una mistanza tra un avanzo di galera e un uomo scampato miracolosamente da un incidente stradale con gravi ripercussioni sulla sua epidermide facciale. In qualche maniera riesco a fare colazione, vestirmi e uscire, rischiando la vita solo una volta, a causa di un utilizzo improprio dello spazzolino. Potevo fare di peggio. Il treno delle 9.04 mi carica poco pronto e poco scattante. Con estrema fatica salgo i tre scalini che dalla banchina mi separano al mezzo locomotore. Mi siedo e tiro fuori Sotto il sole giaguaro, e dopo 2 minuti passati a leggere inspiegabilmente la biografia di Calvino mi accorgo che della suddetta biografia non me ne frega alcunché, anche se i motivi per cui ho iniziato a leggerla mi rimarranno per imperituro tempo sconosciuti. Scendo alla stazione Termini. Mi infilo Calvino nello zaino e cambio mezzo locomotore: Roma – Civitavecchia, fermata Roma Trastevere. Le mie espressioni facciali migliorano sensibilmente, ora la mia epidermide sembra semplicemente quella di un uomo che ha bevuto molto e dormito poco, risultato del resto del tutto veritiero. Prendo posto sul vagone, di nuovo tiro fuori Sotto il sole giaguaro, attento stavolta a fottermene altamente della biografia del genio letterario a cui Calvino risponde. La mia attenzione sulle pagine del libro dura poco: quattro adolescenti sedute un paio di sedili avanti a me si premurano di far sentire a tutto il vagone la nuova hit di Fabri Fibra. Attente a non farci sfuggire la minima perla poetica del noto cantautore, ripetono all’unisono i testi del suddetto ad alta voce “E come va? e come va? e come va va!”. Roba forte, dicono. Si prosegue con una hit di dubbio gusto del nostro mirabolante cantante partenopeo Gigi D’Alessio, fiore all’occhiello dell’attuale discografia italiana. Il testo sembrava più adiacente alle estetiche poetiche di Mario Merola, ma tant’è… “Forse doje vote nun m’avevo annammurà tenenn’ già n’ammore che era crescer’”. Avanza plausibilmente un leggerissimo mal di testa. Calvino è stato miseramente riposto da oramai dieci minuti nel fondo dello zaino, un po’ per il troppo baccano delle teenager ed il loro lettore mp3, ma anche un po’ perché a me queste scene piacciono troppo. Mi ripeto, e ripetendomelo mi convinco, che episodi come questo sono antropologici, sociologici e, non ultimo, la chiara manifestazione della tesi darwiniana che discendiamo dalle scimmie. Roma Trastevere, scendo. Continuo a chiedermi se ciò che ho visto sia frutto delle poche ore di sonno o semplici sottoculture adolescenziali. Mah… Nel frattempo il mio viso è nettamente migliorato: ora la gente ha smesso di fissarmi con l’aria compassionevole di chi ha capito di stare osservando uno che ha avuto una pessima nottata. Me ne rallegro. Mi dirigo di gran lena presso il più prossimo bar per tenere alta la dose di caffeina che oggi, necessariamente, deve sempre essere presente nel mio corpo. Salgo in Fondazione, la Fondazione Gramsci. Inizio il mio lavoro. Sembrerebbe finita qui, se non fosse che accanto a me noto con estremo stupore di avere il figlio illegittimo di Gramsci stesso che, desumendolo dai testi che sfoglia, sta scrivendo una biografia non autorizzata del mitico padre. Oltre alla palese e strabiliante somiglianza fisionomica (pure la montatura degli occhiali è la stessa!), questo non mi dà motivi particolari di cui scrivere, ed inoltre ogni tanto fissa questo mio foglio grazie alla sua posizione privilegiata. Se riesco a non fargli leggere il tutto, e se riesco a non essere conseguentemente picchiato per ciò, giuro che la pubblico questa storiella…
 

Emanuele


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permalink | inviato da ema e tizi il 4/2/2008 alle 15:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
diari di viaggio
18 dicembre 2007
Senza Titolo


Fuori dal pub fa un freddo cane. Una sigaretta è roba da ‘amanti del genere’, e noi infatti siamo là. Sto con un mio amico a dissertare di politica, aspettando che lui di lì a poco salga sul palco a cantare. I discorsi sono buttati un po’ là, quasi grossolanamente, ma solo perché stiamo sulla stessa lunghezza d’onda e non c’è quindi molto da approfondire: ci si capisce al volo. Te esci a fumarti il tuo toscanello a dibattito già iniziato. Rimani silente per un paio di minuti al massimo, ma quando noi due si inizia a parlare di autonomia e lotta anticapitalista non ce la fai più a tacere ed entri di forza nel discorso. Dici di essere un pensionato Telecom, che anche te ne hai fatte di battaglie. Mio padre è del tuo stesso millesimo e anche lui lavorava in Telecom, e so che intendi quando dici ‘centrali occupate’. Lì si che ci si divertiva lottando. Il discorso prosegue con concetti molto vaghi: una platea non l’avremmo mai influenzata per quanto erano miseri i nostri approfondimenti, ma vale la regola di prima: c’è poco da aggiungere quando si parla la stessa lingua. La chiacchierata va avanti e l’anarchismo è il suo filo conduttore. Ci ritroviamo alla fine d’accordo sul fatto che Caruso è un cazzone a fare la spesa proletaria proprio da Feltrinelli e che Veltroni è un cerchiobottista quasi senza rivali. Di lì a poco la conversazione si deve concludere perché il cantante deve salire sul palco, ma c’è spazio per un’ultima domanda: ti viene chiesto quanti anni hai, rispondi 58. Il cantante ti fa notare che ti mancheranno sì e no 4 primavere, tanto vale farsi saltare in aria nella Sezione di Rifondazione Comunista, e fanculo tutti. Si ride. Non te la prendi se il mio amico t’ha pronosticato di morire al massimo a 62 anni, non c’è superstizione che regga davanti ad una bella battuta. Ci salutiamo, il concerto deve iniziare e fuori il freddo è diventato oggettivamente insopportabile. Dentro io me ne sto seduto al tavolo ascoltando il gruppo che suona. Sanno il fatto loro. Ti vedo, dopo poco, appoggiato ad una colonna a ridosso del palco, che tieni il tempo delle canzoni. Sei buffo: dal palco piovono note ska-rock, roba non del tuo tempo, ma te hai la stessa espressione di un 58enne che sta ascoltando Battisti, ma trent’anni fa. Credo che il tuo coinvolgimento non sia musicale ma ideologico: la chiacchierata fuori al gelo ti ha lasciato la felicità della speranza, lo capisco. Il cantante è un po’ fomentato, e ogni tanto lancia le canzoni col pugno chiuso alzato, ben in vista. Te rispondi alzando il tuo di pugno, ben in vista anche il tuo. Il concerto procede amabilmente: birra e buona musica non mancano. Te sempre lì, appoggiato alla tua colonna, che tieni il tempo con un sorriso inesauribile stampato in faccia. Arrivi a battere le mani a tempo di musica, salti addirittura. Non sei gioioso, la gioia si è molto più semplicemente impadronita di te e ti sta facendo saltare e ballare e ridere. Un’ora di concerto passa che è un attimo, e te ti stai divertendo, è chiaro. E’ il momento dei saluti, gran rulli di batteria, schitarrate ad ogni membro della band che si presenta per nome, e il solito pugno chiuso, ora alzato più frequentemente. E’ finito: una gran rullata di batteria saluta tutti i presenti, te rispondi alzando il pugno più in alto delle altre volte, più serrato stavolta. Il tuo sorriso continua ad essere lì. La band scende. Complimenti, due battute, poi i saluti. Tutti a casa. Ti saluto prima di andarcene, non so che dirti, ti sorrido e basta. Te ricambi. La felicità è un attimo; dura così poco che non si può fare a meno di pensarla e ripensarla, riviverla in testa centinaia di volte. La poesia siamo noi. ‘A mai più’ compagno.

Emanuele


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permalink | inviato da ema e tizi il 18/12/2007 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
diari di viaggio
12 dicembre 2007
Tra studenti di Cinema...

Ragazza:  Scusa c’è lezione in quest’aula?

Io:  (uscendo dall’aula) No, c’è una conferenza di Carlo Lizzani.

Ragazza:  Chiiiiiii???

Io:  Carl...

Ragazza:  …??? …???

Io:  Vabbè…  Addio.

Emanuele


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permalink | inviato da ema e tizi il 12/12/2007 alle 15:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
diari di viaggio
20 novembre 2007
Roma-Velletri, al ritorno.

Treno Roma – Velletri. Stazione Capannelle. Ore 17.45.
I protagonisti di questo dialogo sono una mamma e il suo bambino di 4-5 anni.

La mamma: (indicando la locandina che vedete sopra) Aho, vedi che ce sta ‘r nuovo film de Rol Bova. Ce lavora pure quello de Distretto de Polizia…Richi Manfis! Che so belli, eh?

Bambino:  E chi è Rol Bova?

La mamma: Zitto e màgnate tutta la pizza, tutta eh! E stasera devi pure cenà che ce sta la carne, artrimenti t’ammazzo de botte! (la pizza era un lenzuolo, qualsiasi bimbo di 4-5 anni c’avrebbe pranzato e cenato con quel quantitativo – n.d.r.)


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permalink | inviato da ema e tizi il 20/11/2007 alle 19:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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