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“Psicologia delle Folle”


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il mondo di Tiziana


 
 




 




  
  
 
   
 



 


 



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14 settembre 2006
IL GENERALE DELLA ROVERE

Uomo: E' vero ragioniere, glielo giuro: io non ho fatto niente!
Partigiano1: Le credo, ma è proprio questo il suo torto: di non aver fatto niente.
Mi scusi perchè non ha fatto niente? Da cinque anni il mondo è in guerra,
milioni di uomini sono morti, centinaia di città sono state rase al suolo e lei non ha fatto niente.
Partigiano2: Bisognava fare qualcosa. Bisognava stare da una parte o dall'altra.
Uomo: Perchè lei che cos'ha fatto?
Partigiano1: Poco, ma spero di aver fatto il mio dovere. Perchè questo solo conta: fare il proprio dovere, qualunque cosa accada.




permalink | inviato da il 14/9/2006 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa
18 luglio 2006
Se Ed Wood potesse vederlo...

Sharon soffre di una malattia psichica che potrebbe portarla alla morte. Sua madre Rose decide contro il parere del padre di portarla da un guaritore. ma lungo la strada varca una soglia dimensionale che le catapulta nella lugubre e deserta cittadina di Silent Hill. Sharon scompare e Rose si mette a cercarla, credendo di vederla ad ogni angolo di strada, dove si imbatte in una serie di assurde creature, oltre che da pochi superstiti umani.

 

A cura di Emanuele.

Non ho mai giocato a Silent Hill e forse mai lo farò dopo aver visto il film che lo ha ispirato. Leggendo sul web per districarmi nella trama tra quello che è il videogioco e quello che è solo il film, ho avuto modo di leggere diverse recensioni. Tutte mi hanno trovato profondamente in disaccordo. Si pensa di poter dare quattro stelle su cinque ad una pellicola perché ha il solo merito di riproporre fedelmente luoghi del videogioco. Beninteso: ciò è meritevole, ma non può erigere un film profondamente mediocre a film di indubbio valore. Il film è film, si può e si deve parlare del videogioco da cui è tratto, ma non può non essere valutato come pellicola. Silent Hill è un fanta-horror-splatter (e chi più ce ne ha più ce ne metta!), molto prolisso (dura ben 127 minuti), pensato per un vasto numero di spettatori e per grandi incassi, come ogni film tratto da un videogioco di successo che si rispetti. Il mezzo filmico chiama nelle sale discepoli del gioco e incuriositi, cinefili e non. Ci stupiamo quindi nel vedere che questo film è primo nei box-office? Non di certo. Ma le domande sono altre, più artisticamente pertinenti: cos’è che ci viene narrato? E cos’è che vediamo in questa pellicola? Alla prima domanda la risposta è molto semplice: nulla. Il film è un susseguirsi d’eventi (oltretutto non legati fra loro) in cui non c’è posto per un filo conduttore. La trama è inutile. Scarni indizi di dubbia importanza portano la madre Rose da un luogo ad un altro, da un incubo ad un altro, nella disperata ricerca della figlia Sharon. Alla seconda domanda la risposta è altrettanto semplice: troppo. Sì, ciò che vediamo nel film è forse quello che prova a reggere le sorti di questa mediocre avventura. Luoghi tetri è spaventosi, fedeli al videogioco, ricostruiti con indubbio ingegno e bravura sono il fulcro su cui poggia questa pellicola. Forse proprio in questo madornale errore di sceneggiatura risiede l’errore di tutto il film: il susseguirsi di eventi in assenza di trama necessita che questi accadimenti siano percepibili con l’impatto visivo più forte possibile. Ed ecco quindi teste mozzate, sangue a litri, scarafaggi a migliaia, mostri, morti viventi e non. Di tutto insomma. E come spesso accade, nel tutto risiede il suo contrario, cioè il nulla. Non abbiamo avuto timore dell’ignoto per un solo istante in tutto il film. La suspance infatti nasce dall’attesa, da ciò che non ci viene mostrato, fatto impossibile in questa pellicola che difetta semmai del contrario. In assenza di un filone narrativo ci troviamo alla conclusione del film decisamente frastornati. Oltretutto la pellicola giace da ormai quasi due ore in una situazione di stallo, in cui tutto deve essere ancora capito e svelato, e a causa di ciò viene propinata allo spettatore una conclusione direi quasi regalata: il viaggio più difficile di tutto il racconto si riduce con Rose che sale dentro un‘ascensore di un ospedale che vediamo lì per la prima volta, arriva al piano, si divincola senza particolari problemi tra una decina di morti viventi, apre la porta e incontra quell’essere che dovrebbe rappresentare il Male. Neanche il tempo di presentarsi che il Male le rivela tutto ciò che lei ignora in 3 minuti. La sequenza che segue in chiesa è delle più assurde: donne arse sul rogo verso le quali non ci viene risparmiato il dettaglio della pelle che prima si ustiona e dopo si squaglia, chilometri di filo spinato che esce ed entra in tutti i presenti agitandoli per tutta la chiesa regalandoci così litri e litri di sangue. Splendida poi la scena finale con Rose e la figlia che riescono a tornare a casa più morte che vive (non diremo troppo in merito..) con la macchina da presa che poco prima della scritta “The End” inquadra….un insulso cespuglio! Roba da far sfigurare “Plan nine from the others space” di Ed Wood. Spero di avere reso l’idea. Per il resto, sufficiente la fotografia, buone le musiche, ottima invece la scenografia. Sceneggiatura, montaggio e cast artistico da censurare. Il regista Christophe Gans è un mestierante della macchina da presa, sa fare il suo lavoro, niente di più.




permalink | inviato da il 18/7/2006 alle 13:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
15 luglio 2006
ECCE BOMBO

- No veramente non...non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo...no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo?. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Michele vieni di là con noi, dai" ed io "andate, andate, vi raggiungo dopo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo.




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9 luglio 2006
Quando i nostri peggiori desideri si avverano...


 L’ESTATE DI MIO FRATELLO
A cura di Tiziana

Sergio è un bambino riflessivo e dotato di una fervida immaginazione che lo rende felice, colmando la solitudine derivante dal fatto di essere figlio unico. Come spesso accade, infatti, questo disagio è compensato da una forte intraprendenza ed individualismo, che lo portano ad alienarsi dai compagni di giochi. Per la sicurezza derivante dal sentirsi padrone del proprio “regno”, Sergio accoglie con sgomento la notizia dell’arrivo di un fratellino. La coppia di genitori attraversa un periodo di crisi, i rapporti sono tesi e forse l’arrivo del bambino potrebbe riavvicinarli, sebbene la gravidanza non sia pianificata, ma Sergio si sente fin da subito spodestato. Con la fantasia, immagina la vita con il nuovo arrivato, ma questo non fa che cementare la sua avversione. Esasperato dalla tensione palpabile che si respira in casa, e insofferente all’idea di avere un rivale con cui dover condividere l’amore dei genitori, Sergio fantastica di uccidere il fratellino, gettandolo su un braciere. Un indescrivibile senso di colpa lo attanaglia quando la stessa notte, la mamma subisce un aborto spontaneo. Per Sergio, è lui che ha ucciso il fratellino attraverso i suoi desideri, non vi sono altre spiegazioni. In preda a divoranti sensi di colpa e fortemente traumatizzato dall’impensabile precipitazione degli eventi, Sergio sente la necessità di espiare la sua terribile colpa.. Il film si concentra sulla complessa psicologia infantile, che tuttavia viene affrontata con estrema chiarezza, coinvolgendo lo spettatore nelle sensazioni e paure del piccolo Sergio.

Vincitore della Rosa Camuna d’Oro al Bergamo Film Meeting, l’opera prima di Pietro Reggiani è totalmente autoprodotta. E l’aspetto più sorprendente di tale produzione è forse la durata della fase realizzativa del film: il regista ha rivisto e plasmato la sceneggiatura per sette anni prima di ritenere il lavoro compiuto. Sebbene sia incorso nelle innumerevoli difficoltà che incontrano le opere prime sul nascere, questo lasso di tempo così ampio gli ha permesso di sviluppare una trama nel tempo, ritrovando gli stessi attori bambini, cresciuti e capaci di dare ai loro personaggi un taglio nettamente diverso. In tal modo i personaggi vengono inquadrati in un contesto che esula dalla semplice infanzia, ma mostra come i traumi infantili rimangano vivi anche in adolescenza. Il montaggio è essenziale, quasi scarno, e per questo risulta molto originale. Inoltre proprio per la sua immediatezza rispecchia con grande semplicità le fantasie infantili di Sergio. Ottimo film, opera prima di valore che presenta un validissimo cast.

 




permalink | inviato da il 9/7/2006 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
7 luglio 2006
Jill, sei andata a controllare i bambini?

In una casa isolata in cima a una collina, la studentessa Jill Johnson si prepara a trascorrere una tranquilla serata di babysitting. I genitori sono usciti e i bambini dormono già, così Jill chiude a chiave la porta, mette l'allarme e si appresta a esplorare la splendida casa in cui si trova. Ma dopo una serie di inquietanti telefonate da parte di uno sconosciuto che la invita ripetutamente a "controllare i bambini", la ragazza cade in preda al panico.

 

A cura di Emanuele.

Era il 1979 quando Fred Walton firmò l’agghiacciante “Quando chiama uno sconosciuto” con la brava Carol Kane che interpretava la babysitter Jill Johnson. E da quando “Scream” nel 1996 portò alla ribalta l’incipit della chiamata telefonica da parte di un maniaco, i film pensati e fatti su questa falsa riga da Hollywood non si sono più contati (ricorderete “The Ring”). Dal film di Walton nasce questo squisito remake diretto da Simon West (“Con Air” e “Tomb Raider”) dal titolo “Chiamata da uno sconosciuto”, opera modesta ma di buona fattura. Oggi che il cinema è un pò a corto di idee notiamo con piacere che l’ennesimo remake è attinto da una pellicola di qualità. In questo periodo estivo, pieno di horror e film di dubbio spessore artistico segnaliamo volentieri a chiunque volesse andare al cinema, ma vi rinuncia dubbioso (e a ragione), la presenza nelle sale di questo bel thriller che rinuncia a gratuiti spargimenti di sangue arrivando alla suspence e al brivido attraverso altri meccanismi, come le numerose soggettive e un ottimo montaggio di suoni ed immagini. La pellicola appartiene a quella tipologia di opere all’interno delle quali non accade nulla, ma questo nulla è raccontato terribilmente bene, un po’ come avvenne in film come “Le verità Nascoste” di Zemeckis con Harrison Ford e Michelle Pfeiffer: opera in cui per un’ora e mezza non accadeva niente, eppure spaventosamente agghiacciante. Non vi sorprendete quindi se vi ritroverete per quasi tutto il film con le mani a coprirvi gli occhi attorcigliati sulla poltrona aspettando semplicemente che una porta si chiuda, la tensione rimarrà alta e fortissima a lungo. Attenzione però : questa paura è figlia dell’attesa, e quando ormai tutte le carte saranno in tavola, il film perderà del tutto la sua tensione, regalandoci il serial-killer più maldestro ed incapace della storia del cinema! Attenderete per tutto il film l’incontro tra i due, che accadrà solo a pochi minuti dalla fine. Nonostante la conclusione del film sia decisamente sottotono, l’ansia profusa attraverso una casa sinistra, chiamate minacciose, una nottata ventosa in riva al lago e l'ottimo montaggio di tutti questi pezzi del puzzle, vi avrà comunque reso gradevolissima la visione del film.




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6 luglio 2006
Quando la lotta diventa necessiaria - Il Posto dell'Anima

La sede di Campolaro della Carair, multinazionale americana produttrice di pneumatici, comunica l’imminente chiusura e il conseguente licenziamento di tutti gli operai molti dei quali provenienti dallo stesso, piccolo paese delle montagne circostanti. Gli operai, però, non vogliono arrendersi. Reagiscono e si organizzano fino a tentare un gesto estremo, mentre le loro vicende famigliari e personali si intrecciano… Regia: Riccardo Milani. Anno: 2002. Nazionalità: Italia.

 

A cura di Emanuele.

C’era una volta il neorealismo..e c’è ancora. I generi cinematografici, checchè se ne dica, non muoiono mai, semmai si esauriscono i temi da poter trattare all’interno di quel genere (in attesa di nuova linfa), o si esaurisce la voglia da parte del pubblico di vedere film fatti in quella maniera, o ancora si esaurisce la voglia dei registi o dei produttori di realizzare quella tipologia di lungometraggi. Vedi i western: genere cinematografico intramontabile per eccellenza che conserva a tutt’oggi il suo splendore nelle sembianze della fantascienza e che oggi sembrerebbe tornare in auge nei suoi panni più canonici dopo più di quindici anni di assoluto silenzio. Discorso analogo può essere fatto per tutti i generi cinematografici, compreso appunto, il neorealismo. Dopo “Umberto D.” di De Sica nel 1952, sembrò esaurirsi questo genere cinematografico, senonchè nel 1955 Pietro Germi firmò “Il ferroviere”, film squisitamente neorealista. Ciò che si era conclusa davvero nel 1952 era l’ondata del genere, il bisogno impellente di fare quel tipo di film, di dire quelle cose, e non il genere in sé per sé. Ed ecco allora che nel 2002 si possono concepire pellicole appartenenti al genere neorealista come questa di Riccardo Milani. Ovviamente ogni film è figlio del suo tempo: se le poetiche de “Il posto dell’anima” sono neorealiste, i contenuti sono figli della società attuale, senza mai perdere, però, ovvi parallelismi. Ed ecco che la guerra e la resistenza di questo film non è rivolta contro nessun tedesco hitleriano, ma contro la potente multinazionale che vuole licenziare dei poveri operai che non chiedono altro che lavorare. Ne “Il posto dell’anima” la violenza è giustificata dai perché che la spingono, i lati oscuri dell’uomo sono filtrati dalle situazioni che vivono, le cattiverie di uomini giusti sono ricondotti alla disperazione da cui scaturiscono e perciò non si criminalizzano, la morte non è patetica, non è enfatizzata, perché causa necessaria affinchè le cosi migliorino, il malvagio è chi esercita senza scrupoli la sua figura di potente. Non si può non cogliere queste analogie nella trattazione di questi temi come accade nei film di guerra. Riccardo Milani firma questa pellicola nel 2002 dopo aver realizzato film di nicchia ma molto gustosi come “La guerra degli Anto’” e “Auguri Professore”, oltre ad avere un passato come aiuto regista di Nanni Moretti. Il film è chiaramente ispirato ai fatti accaduti nel 2000 nel sud Italia alla fabbrica della Goodyear che chiuse mandando in cassa integrazione migliaia di operai dipendenti. In questo film forse si racchiude il salto qualitativo di Milani. Film di classe, di lotta di classe, di operai, di amicizia, di disperazione, di malattia e di morte. Il cast d’attori è ottimo: Silvio Orlando, Michele Placido, Paola Cortellesi e Claudio Santamaria. In particolar modo mi preme sottolineare la prova attoriale di Silvio Orlando: operaio rude, lottatore e infinitamente buono, è nelle sue corde che si regge più di metà del film. Gli occhi dello spettatore sono i suoi. E’ con lui che apprendiamo della difficile situazione in cui grava la multinazionale, è con lui e con i sindacati che protestiamo affinché la fabbrica non chiuda, è lui che ci fa sorridere a denti stretti con i suoi turpiloqui e le sue battute; soffriamo con lui quando scopre che la fidanzata lo tradisce, ci arrabbiamo e mostriamo i denti con lui quando vola negli Stati Uniti per parlare con i dirigenti della multinazionale e godiamo con lui quando riserva loro uno sputo in faccia, è con lui che ci leghiamo ai cancelli della fabbrica, piangiamo con lui quando si ammala senza negarci un sorriso un minuto prima di morire. Il ventaglio di stati d’animo che Silvio Orlando ci regala è dei più ampi, non si possono non amare personaggi del genere. Viviamo con lui e moriamo con lui. Riccardo Milani dirige ottimi attori attraverso un ottimo copione. Film di sana e genuina lotta operaia come questo non se ne vedevano dal 1971 con “La classe operaia và in Paradiso” di Elio Petri. Segnatevi questo nome perché sentiremo parlare molto di lui: Riccardo Milani.




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4 luglio 2006
Always, the Hours

THE HOURS

a cura di Tiziana

THE HOURS, tratto dal toccante romanzo omonimo di Michael Cunningham, penetra nei meandri della complessa psicologia femminile, toccando temi difficili in una trama traboccante di umanità. Tre donne vengono messe a nudo nella loro essenza ed individualità, rivelando le proprie debolezze e fragilità in un vortice di emozioni dense di vissuti passati. Il regista Stephen Daldry svela i loro drammi interiori, riuscendo a smuovere ed intrigare lo spettatore, rendendolo partecipe di un sottile filo conduttore che unisce le loro vite, seppur ambientate in epoche diverse. Virginia Woolf è la controversa ed intuitiva scrittrice inglese, cui esistenza viene segnata da una malattia psichiatrica che l’avvolge nelle sue spire, trascinandola in una profonda instabilità che condurrà la sua vita verso un drammatico epilogo. In questo difficile ruolo si cimenta il premio Oscar Nicole Kidman, che abbandona i suoi classici personaggi da icona di bellezza astrale, per rivelare il suo vero talento attraverso questa sua superba interpretazione. Non è da meno Julianne Moore nel duro ruolo di una madre che si sente prigioniera tra le proprie mura domestiche, intrappolata da una famiglia che fa perno su di lei, come unico punto di riferimento. Personaggio ingrato per la Moore, come lei stessa ha ammesso in un'intervista nel backstage. "Per potersi calare nelle vesti di una donna snaturata, occorre essere in grado di non giudicarla." Il suo personaggio si aliena dalla vita familiare, sentendosi divorata al punto di avvertire la profonda esigenza di evadere dalla routine che la opprime. Unica via di fuga, una penosa scelta, quella di essere egoista, e abbandonare l’infelice tetto coniugale ed i figli, verso cui non riesce a nutrire l’amore che come madre dovrebbe. Sceglie di andar via, esponendosi alle conseguenze, ma covando in cuor suo la speranza di ritrovare se stessa ed una sua vera felicità. In questo cast d’eccezione figura anche una stoica Meryl Streep, nel personaggio di Clarissa, una moderna “Signora Dalloway”, annoverabile tra le sue migliori interpretazioni. Clarissa è una donna dalla personalità forte che si nasconde sotto un velo di finta superficialità che le permette di convivere con i suoi amati-odiati ricordi, o fantasmi del passato, creando intorno a sé un presente che non lasci spazio per pensare. I rimpianti ed i rimorsi oscurano il presente, se non riescono ad essere repressi, o se le loro radici sono alimentate da ricordi ancora vivi, accesi, intramontabili. Rischiano di soffocare la fragile e fatua tranquillità di una vita intera, innescando meccanismi controversi ed ineludibili, che minano la felicità apparente in cui ognuno si rinchiude. Momento cruciale del film è racchiuso nelle parole di Clarissa, che con espressione distante e sognante, richiama alla mente un periodo spensierato della sua giovinezza: “In quel momento credevo di essere nel preludio della felicità. Invece non era così. Non era il preludio. Era quella la felicità. Quello era il momento. Non ce n’è stato un altro.”

Un film che induce al confronto con riflessioni esistenziali, quali le sofferenze dell’anima, l’accettazione della morte, il coraggio di portare avanti anche le scelte più dolorose; ma soprattutto è un inno alla vita, alla fugacità del presente, alla bellezza di un attimo che può racchiudere un’esperienza intera.

 




permalink | inviato da il 4/7/2006 alle 15:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
27 giugno 2006
Blue - Un film senza immagini

      a cura di Tiziana                                            

“Blue” è un film difficile, che pone le sue radici nella malattia e nella sofferenza, nella morte interiore che precede di poco quella fisica. Derek Jarman, duramente provato dall’AIDS, nel 1993 sceglie di lasciare una traccia indelebile, un ultimo segno incisivo prima di elaborare il distacco da questo mondo, attraverso questo lungometraggio. E sceglie di dar voce al proprio dolore, e di gridare il suo amore per la vita in un’opera cruda e struggente, che in seguito verrà considerata come il suo testamento spirituale. Da sempre considerato un regista indipendente, profondamente legato alla cultura punk e underground, Jarman crea un film come mai prima: un’opera della durata di 79 minuti senza alcun supporto visivo, fuorché uno schermo completamente blu. Un colore denso, di una tinta accesa che si sostituisce alla scenografia, alle immagini e a tutto ciò che lo spettatore è abituato a vedere con gli occhi. Jarman rinuncia a quel sostegno, che ha accompagnato la sua vita di pittore e di regista, per condurci nei meandri del suo male, nella sua dura realtà, dopo che la malattia lo ha reso cieco. La scelta del colore è un omaggio ad un altro artista prematuramente scomparso, Yves Klein, che vide il blu come colore in grado di esprimere con pienezza l’esperienza di una vita. Con “Blue”, Jarman riesce ad attuare un disperato tentativo di trasformare quelle immagini da concrete ad astratte, suggerendole, se non evocandole nella mente dello spettatore, dove ognuno può appropriarsene, abbandonandosi ad un divorante vortice di emozioni. Jarman sceglie di rinunciare alle immagini visive come una forma di accettazione dei limiti della sua malattia. Ha perso lo strumento portante della sua arte, ma non la sua poesia, e in quest’ultimo film racchiude la sua anima, dimostrando che tutto si puo’ esprimere attraverso le parole e l’immaginazione. La devastazione fisica, i farmaci, la vita, l’amore, la morte… Jarman ci conduce nel suo mondo, condividendo il suo vissuto, scegliendo delle melodie e delle voci che trasmettano i suoi pensieri ed il suo stato d’animo, ma negando l’immagine. Per comprendere la sua realtà è necessario lasciarsi andare alle sue parole, accompagnarlo in questo cammino di dolore, accettando la soggettività delle emozioni e dei sentimenti trasmessi dal suo vissuto. Solo la memoria sopravvive alla morte. Il ricordo, che permane scolpito nel tempo, quando la vita viene spezzata. E le voci che gridano la sua sofferenza ma anche il suo attaccamento alla vita, sono quelle dei suoi amici più cari, gli attori di sempre, Niger Terry, John Quentin e Tilda Swinton, mentre la colonna sonora è affidata ad un commovente Simon Fisher Turner. Un inno alla vita, intenso, alacre, senza tempo.

 

 

   




permalink | inviato da il 27/6/2006 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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