(…continua
da qui)
Mike
Bongiorno professa una stima e una fiducia illimitata verso l'esperto; un
professore è un dotto; rappresenta la cultura autorizzata. È il tecnico del
ramo. Gli si demanda la questione, per competenza. L'ammirazione per la cultura
tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar
denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L'uomo mediocre
rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio. Mike Bongiorno ha
una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore ("Pensi, ha
guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!"). Mike Bongiorno
anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore
sarà portato a fare: "Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei
che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così
tra le mani?". Mike Bongiorno, come i bambini, conosce le persone per
categorie e le appella con comica deferenza (il bambino dice: "Scusi,
signora guardia...") usando tuttavia sempre la qualifica più volgare e
corrente, spesso dispregiativa: "signor spazzino, signor contadino".
Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora
Balbiano d'Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una
contessa (sic). Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e
condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate.
Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo
chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno. Mostra di credere
che, nella dialettica delle classi, l'unico mezzo di ascesa sia rappresentato
dalla provvidenza (che può occasionalmente assumere il volto della
Televisione). Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso
realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni
subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i
pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande
di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni
ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico
comune. Il suo linguaggio è rigorosamente referenziale e farebbe la gioia di un
neopositivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi
spettatore avverte che, all'occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui.
Non accetta l'idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda
con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa;
egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è
fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. Aristotelico
per difetto, la sua pedagogia è di conseguenza conservatrice, paternalistica,
immobilistica. Mike Bongiorno è privo di senso dell'umorismo. Ride perché è
contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge
la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita
e scuote il capo, sottintendendo che l'interlocutore sia simpaticamente
anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità,
comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione. Evita la
polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze
dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa...
"Mi dica un po', si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos'è di
preciso questo futurismo?"). Ricevuta la spiegazione non tenta di
approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di
benpensante. Rispetta comunque l'opinione dell'altro, non per proposito
ideologico, ma per disinteresse. Di tutte le domande possibili su di un
argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una
metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: "Cosa vuol
rappresentare quel quadro?" "Come mai si è scelto un hobby così
diverso dal suo lavoro?" "Com'è che viene in mente di occuparsi di
filosofia?". Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza
educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di
cavallo è "bruciata". Chiede alla prima se lei, che è una ragazza
così per bene, desidererebbe diventare come l'altra; fattogli notare che la
contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la
sua superiorità fisica e umiliando l'educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes
non tenta neppure di usare perifrasi: la perifrasi è già una agudeza, e le
agudezas appartengono a un ciclo vichiano cui Bongiorno è estraneo. Per
lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l'artificio retorico è una
sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità
non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e
provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e
del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per
sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l'uomo mediocre è maldestro. Mike
Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica,
nell'ambito di una etichetta omologata dall'ente trasmittente e dalla nazione
in ascolto.
Mike
Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo.
Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi
condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si
manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure
confortafo sull'esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la
dimensione tragica della vita. Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con
un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca
complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga,
grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di
raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è
mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra
essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate
immoti.
Estratto
da Diario minimo, di Umberto Eco