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Quando la lotta diventa necessiaria - Il Posto dell'Anima

La sede di Campolaro della Carair, multinazionale americana produttrice di pneumatici, comunica l’imminente chiusura e il conseguente licenziamento di tutti gli operai molti dei quali provenienti dallo stesso, piccolo paese delle montagne circostanti. Gli operai, però, non vogliono arrendersi. Reagiscono e si organizzano fino a tentare un gesto estremo, mentre le loro vicende famigliari e personali si intrecciano… Regia: Riccardo Milani. Anno: 2002. Nazionalità: Italia.

 

A cura di Emanuele.

C’era una volta il neorealismo..e c’è ancora. I generi cinematografici, checchè se ne dica, non muoiono mai, semmai si esauriscono i temi da poter trattare all’interno di quel genere (in attesa di nuova linfa), o si esaurisce la voglia da parte del pubblico di vedere film fatti in quella maniera, o ancora si esaurisce la voglia dei registi o dei produttori di realizzare quella tipologia di lungometraggi. Vedi i western: genere cinematografico intramontabile per eccellenza che conserva a tutt’oggi il suo splendore nelle sembianze della fantascienza e che oggi sembrerebbe tornare in auge nei suoi panni più canonici dopo più di quindici anni di assoluto silenzio. Discorso analogo può essere fatto per tutti i generi cinematografici, compreso appunto, il neorealismo. Dopo “Umberto D.” di De Sica nel 1952, sembrò esaurirsi questo genere cinematografico, senonchè nel 1955 Pietro Germi firmò “Il ferroviere”, film squisitamente neorealista. Ciò che si era conclusa davvero nel 1952 era l’ondata del genere, il bisogno impellente di fare quel tipo di film, di dire quelle cose, e non il genere in sé per sé. Ed ecco allora che nel 2002 si possono concepire pellicole appartenenti al genere neorealista come questa di Riccardo Milani. Ovviamente ogni film è figlio del suo tempo: se le poetiche de “Il posto dell’anima” sono neorealiste, i contenuti sono figli della società attuale, senza mai perdere, però, ovvi parallelismi. Ed ecco che la guerra e la resistenza di questo film non è rivolta contro nessun tedesco hitleriano, ma contro la potente multinazionale che vuole licenziare dei poveri operai che non chiedono altro che lavorare. Ne “Il posto dell’anima” la violenza è giustificata dai perché che la spingono, i lati oscuri dell’uomo sono filtrati dalle situazioni che vivono, le cattiverie di uomini giusti sono ricondotti alla disperazione da cui scaturiscono e perciò non si criminalizzano, la morte non è patetica, non è enfatizzata, perché causa necessaria affinchè le cosi migliorino, il malvagio è chi esercita senza scrupoli la sua figura di potente. Non si può non cogliere queste analogie nella trattazione di questi temi come accade nei film di guerra. Riccardo Milani firma questa pellicola nel 2002 dopo aver realizzato film di nicchia ma molto gustosi come “La guerra degli Anto’” e “Auguri Professore”, oltre ad avere un passato come aiuto regista di Nanni Moretti. Il film è chiaramente ispirato ai fatti accaduti nel 2000 nel sud Italia alla fabbrica della Goodyear che chiuse mandando in cassa integrazione migliaia di operai dipendenti. In questo film forse si racchiude il salto qualitativo di Milani. Film di classe, di lotta di classe, di operai, di amicizia, di disperazione, di malattia e di morte. Il cast d’attori è ottimo: Silvio Orlando, Michele Placido, Paola Cortellesi e Claudio Santamaria. In particolar modo mi preme sottolineare la prova attoriale di Silvio Orlando: operaio rude, lottatore e infinitamente buono, è nelle sue corde che si regge più di metà del film. Gli occhi dello spettatore sono i suoi. E’ con lui che apprendiamo della difficile situazione in cui grava la multinazionale, è con lui e con i sindacati che protestiamo affinché la fabbrica non chiuda, è lui che ci fa sorridere a denti stretti con i suoi turpiloqui e le sue battute; soffriamo con lui quando scopre che la fidanzata lo tradisce, ci arrabbiamo e mostriamo i denti con lui quando vola negli Stati Uniti per parlare con i dirigenti della multinazionale e godiamo con lui quando riserva loro uno sputo in faccia, è con lui che ci leghiamo ai cancelli della fabbrica, piangiamo con lui quando si ammala senza negarci un sorriso un minuto prima di morire. Il ventaglio di stati d’animo che Silvio Orlando ci regala è dei più ampi, non si possono non amare personaggi del genere. Viviamo con lui e moriamo con lui. Riccardo Milani dirige ottimi attori attraverso un ottimo copione. Film di sana e genuina lotta operaia come questo non se ne vedevano dal 1971 con “La classe operaia và in Paradiso” di Elio Petri. Segnatevi questo nome perché sentiremo parlare molto di lui: Riccardo Milani.

Pubblicato il 6/7/2006 alle 1.24 nella rubrica Cinema.

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