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Se Ed Wood potesse vederlo...

Sharon soffre di una malattia psichica che potrebbe portarla alla morte. Sua madre Rose decide contro il parere del padre di portarla da un guaritore. ma lungo la strada varca una soglia dimensionale che le catapulta nella lugubre e deserta cittadina di Silent Hill. Sharon scompare e Rose si mette a cercarla, credendo di vederla ad ogni angolo di strada, dove si imbatte in una serie di assurde creature, oltre che da pochi superstiti umani.

 

A cura di Emanuele.

Non ho mai giocato a Silent Hill e forse mai lo farò dopo aver visto il film che lo ha ispirato. Leggendo sul web per districarmi nella trama tra quello che è il videogioco e quello che è solo il film, ho avuto modo di leggere diverse recensioni. Tutte mi hanno trovato profondamente in disaccordo. Si pensa di poter dare quattro stelle su cinque ad una pellicola perché ha il solo merito di riproporre fedelmente luoghi del videogioco. Beninteso: ciò è meritevole, ma non può erigere un film profondamente mediocre a film di indubbio valore. Il film è film, si può e si deve parlare del videogioco da cui è tratto, ma non può non essere valutato come pellicola. Silent Hill è un fanta-horror-splatter (e chi più ce ne ha più ce ne metta!), molto prolisso (dura ben 127 minuti), pensato per un vasto numero di spettatori e per grandi incassi, come ogni film tratto da un videogioco di successo che si rispetti. Il mezzo filmico chiama nelle sale discepoli del gioco e incuriositi, cinefili e non. Ci stupiamo quindi nel vedere che questo film è primo nei box-office? Non di certo. Ma le domande sono altre, più artisticamente pertinenti: cos’è che ci viene narrato? E cos’è che vediamo in questa pellicola? Alla prima domanda la risposta è molto semplice: nulla. Il film è un susseguirsi d’eventi (oltretutto non legati fra loro) in cui non c’è posto per un filo conduttore. La trama è inutile. Scarni indizi di dubbia importanza portano la madre Rose da un luogo ad un altro, da un incubo ad un altro, nella disperata ricerca della figlia Sharon. Alla seconda domanda la risposta è altrettanto semplice: troppo. Sì, ciò che vediamo nel film è forse quello che prova a reggere le sorti di questa mediocre avventura. Luoghi tetri è spaventosi, fedeli al videogioco, ricostruiti con indubbio ingegno e bravura sono il fulcro su cui poggia questa pellicola. Forse proprio in questo madornale errore di sceneggiatura risiede l’errore di tutto il film: il susseguirsi di eventi in assenza di trama necessita che questi accadimenti siano percepibili con l’impatto visivo più forte possibile. Ed ecco quindi teste mozzate, sangue a litri, scarafaggi a migliaia, mostri, morti viventi e non. Di tutto insomma. E come spesso accade, nel tutto risiede il suo contrario, cioè il nulla. Non abbiamo avuto timore dell’ignoto per un solo istante in tutto il film. La suspance infatti nasce dall’attesa, da ciò che non ci viene mostrato, fatto impossibile in questa pellicola che difetta semmai del contrario. In assenza di un filone narrativo ci troviamo alla conclusione del film decisamente frastornati. Oltretutto la pellicola giace da ormai quasi due ore in una situazione di stallo, in cui tutto deve essere ancora capito e svelato, e a causa di ciò viene propinata allo spettatore una conclusione direi quasi regalata: il viaggio più difficile di tutto il racconto si riduce con Rose che sale dentro un‘ascensore di un ospedale che vediamo lì per la prima volta, arriva al piano, si divincola senza particolari problemi tra una decina di morti viventi, apre la porta e incontra quell’essere che dovrebbe rappresentare il Male. Neanche il tempo di presentarsi che il Male le rivela tutto ciò che lei ignora in 3 minuti. La sequenza che segue in chiesa è delle più assurde: donne arse sul rogo verso le quali non ci viene risparmiato il dettaglio della pelle che prima si ustiona e dopo si squaglia, chilometri di filo spinato che esce ed entra in tutti i presenti agitandoli per tutta la chiesa regalandoci così litri e litri di sangue. Splendida poi la scena finale con Rose e la figlia che riescono a tornare a casa più morte che vive (non diremo troppo in merito..) con la macchina da presa che poco prima della scritta “The End” inquadra….un insulso cespuglio! Roba da far sfigurare “Plan nine from the others space” di Ed Wood. Spero di avere reso l’idea. Per il resto, sufficiente la fotografia, buone le musiche, ottima invece la scenografia. Sceneggiatura, montaggio e cast artistico da censurare. Il regista Christophe Gans è un mestierante della macchina da presa, sa fare il suo lavoro, niente di più.

Pubblicato il 18/7/2006 alle 13.5 nella rubrica Cinema.

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