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Dialetti Corsari

Lu si visstu chillu cosu? (cfr. “L’hai vista quella cosa?”)


Treno Velletri-Roma, un posto dove -fosse per me- gli antropologi dovrebbero mettere un banchetto o una scrivania e non schiodarsi di lì per tutti i 35 anni di professione prima della pensione. Un posto pieno di meraviglie alla modica cifra di 1,20 euro a tratta.
Oggi accanto a me sedevano due signore velletrane (ovvero abitanti di Velletri), che con un idioma a me totalmente incomprensibile parlavano di qualche cosa attinente ad un’ottima carne comprata da un ottimo macellaio che aveva delle ottime bestie di sua proprietà. Sono state 30 minuti a parlarne. Imbarazzante. La loro calata invadeva tutta la carrozza, e loro non sembravano vergognarsene. La fonia velletrana è raccapricciante, ve lo posso assicurare. Mentre le sentivo mi è venuto in mente quel passo di Pasolini, dove in un saggio fa notare che il dialetto ha un ruolo fondamentale oggi: anch’esso serve, nel suo piccolo, ad arginare l’omologazione sempre più imperante della nostra società. Ebbene, io sentendo quelle due signore mi sono chiesto se Pasolini, quando scrisse quel passo, l’avesse mai sentito il dialetto velletrano. Sono sicuro di no, perché altrimenti non avrebbe fatto quelle osservazioni, o almeno avrebbe aggiunto qualche postilla o qualche nota bene, osservando delle opportune eccezioni, cacchio. Perché Pasolini, tra le tante cose, era anche un fine esteta, e se avesse sentito la bruttura del dialetto velletrano forse non avrebbe scritto quello che scrisse. Certe cose sono oggettivamente orrende, e qualora scomparissero non potrei che rallegrarmene vivamente, Pasolini o non Pasolini. Perché il dialetto velletrano, cazzo, fa schifo.

Emanuele

Pubblicato il 28/3/2008 alle 7.30 nella rubrica Costume e Società.

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