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Tanto peggio, tanto meglio.



[...] Supponiamo, per esempio, di essere improvvisamente caduti di nuovo giù sulla terra e di esserci quindi tutti confrontati con il problema di quali disposizioni sociali adottare. E supponiamo allora che qualcuno abbia suggerito: "Siamo tutti destinati a soffrire a causa di quelli tra noi che desiderano aggredire il loro prossimo. Allora risolviamo questo problema del crimine consegnando tutte le nostre armi alla famiglia Jones, là, assegnando tutto il nostro potere definitivo di risolvere le dispute a quella famiglia. In questo modo, con il loro monopolio di coercizione e di ultima risoluzione, la famiglia Jones potrà proteggerci tutti l'uno dall'altro". Penso che questa proposta otterrebbe ben pochi consensi, tranne forse dalla famiglia Jones stessa. Ma questo è precisamente l'usuale argomento per l'esistenza dello stato.


[...] Se, allora, la disuguaglianza naturale di abilità e di interessi fra gli uomini deve rendere le élite inevitabili, l'unico percorso ragionevole è abbandonare la chimera dell'uguaglianza e accettare la necessità universale dei capi e dei seguaci. Il compito del libertario, cioè la persona dedicata all'idea della società libera, non è di opporsi alle élite che, come l'esigenza della libertà, fluiscono direttamente dalla natura dell'uomo. L'obiettivo del libertario è piuttosto stabilire una società libera, una società in cui ogni uomo sia libero di trovare il suo livello migliore. In tale società libera, ognuno sarà "uguale" soltanto nella libertà, mentre sarà vario e diseguale sotto tutti gli altri aspetti. In questa società le élite, come chiunque altro, saranno libere di alzarsi al loro livello migliore. Nella terminologia di Jefferson, scopriremo le "aristocrazie naturali" che raggiungeranno l'eccellenza e la leadership in ogni campo. Il punto è permettere la crescita di “aristocrazie naturali”, e non perseguire le "aristocrazie artificiali"

 

Sull’anarchia di M. Rothbard


Pubblicato il 26/3/2009 alle 21.53 nella rubrica Politica.

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