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Acqua in Bocca



La retorica e il suo utilizzo nella nostra epoca vivono un periodo del tutto particolare. Alcune congiunture artistiche e sociali hanno rivoluzionato il campo in cui questa può dirsi a ragione retorica e quando no. La società di massa ha sfruttato tutto lo sfruttabile in materia in maniera velocissima, o quantomeno mai così veloce come negli ultimi cento anni. In questo quadro il linguaggio non si è evoluto con la stessa velocità con cui si è evoluto il suo utilizzo; la retorica si è quindi ingabbiata in forme sempre più nette ma soprattutto sempre più vaste. Oggigiorno non cadere nella retorica è un problema assai più diffuso di un tempo, sia da un punto di vista semantico che da un punto di vista probabilistico.

In tutto ciò ci sono i cattivi maestri, che poco sanno ma tutto dicono. Cattivi maestri che dall’alto della loro conoscenza sentenziano sulla retorica anche quando farebbero meglio a star zitti. Invocano il silenzio, molto spesso, perché una determinata osservazione di un preciso argomento significherebbe automaticamente scadere nella retorica.  Automaticamente. Quindi, meglio il silenzio. Dicono ciò manipolando e strumentalizzando molte cose, non ultimo il pulpito da dove proviene la loro predica. Ci vorrebbero ridurre al silenzio, questi saltimbanco. Beh, che si fottano.

 

Il tutto per dire che qualche giorno fa ero in un centro commerciale, seduto su una panchina a rinfrescarmi con una granita. Il mio sguardo dava esattamente sull’entrata di un negozio. Da lì, tempo pochi secondi, sono usciti una coppia anziana di circa sessant’anni. Lui precedeva sua moglie di un passo e quindi non poteva vederla in faccia. Lei, appena dietro il marito, ha fatto alcuni gesti, tutti contemporaneamente: ha guardato suo marito come alla ricerca di una direzione da prendere mentre allungava la sua mano per afferrare quella di lui. Ma era anche uno sguardo di fiducia, come a significare che qualsiasi cosa il marito stava per fare lei l’avrebbe seguito, tanto era il cieco affidamento che lei riponeva in lui. Contemporaneamente era anche un gesto d’amore, di una donna che segue senza mai staccargli gli occhi di dosso la persona più importante della sua vita. Il tragitto che gli occhi della donna compivano stavano a disegnare idealmente una corda che univa i due, una corda che – con tutta probabilità – hanno afferrato insieme quasi quarant’anni fa. Gli occhi, il naso, la bocca di una donna, in armonia con il suo cuore, hanno descritto in una frazione di secondo tutte queste cose. Contemporaneamente. E a me per giunta, all’oscuro del loro sentimento! Beh, sono stavo felice per loro; febbrilmente. Ho pensato per quell’istante che a quella coppia, almeno in quel momento, non mancava niente. Ed è stato meraviglioso.


A volte ci si pongono di fronte esperienze così meravigliose che non dirle, non esternarle, pur cadendo nella retorica, sarebbe un’offesa alla bellezza della vita, alla bellezza dell’istante che ha generato in noi sussulti così accesi. Sarebbe un insulto a tutti noi, insomma.

Pubblicato il 24/8/2009 alle 8.5 nella rubrica Cultura e Informazione.

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